Magia dell’autunno: il sovescio “green” rigenera il terreno durante il lungo riposo. Trifoglio, senape e facelia, per fare il pieno di energia

Si chiama “autunno” la magia della pace che scende sulle colline, dopo la vendemmia. Tra i filari della Marchisio Family, questo è il momento del sovescio: negli interfilari si piantano determinate specie vegetali a carattere stagionale, che servono a restituire al terreno le sostanze organiche fondamentali per un’armonica crescita delle viti. La tecnica del sovescio, fondamentale nell’agricoltura conservativa (e considerata da vent’anni una “buona pratica agricola” anche a livello ministeriale), consiste nel concimare un terreno interrandovi specifiche colture erbacee. Di fatto, il sovescio è una tecnica di concimazione verde, biologica, impiegata per aumentare la fertilità del suolo. La sua importanza è pari a quella della preparazione del terreno. La tecnica è di facile applicazione, e assicura ottimi risultati: migliora infatti le caratteristiche chimiche, fisiche e microbiologiche dei suoli. «Proprio la pratica del sovescio – spiega Sergio Marchisio, pioniere della viticoltura biodinamica nel Roero – è in grado di produrre enormi quantità di azoto, e in modo perfettamente sostenibile sotto il profilo ecologico».

Anche per questo, continua Sergio, è determinante la scelta delle particolari colture da sovescio, sia in funzione della produzione di biomassa (che resta l’obiettivo primario), sia rispetto alle specifiche necessità del vigneto, come ad esempio l’apporto di preziosi elementi che arricchiscono il terreno in modo assolutamente naturale. Per il sovescio, si scelgono colture che riescano a colonizzare velocemente il terreno e produrre il massimo della biomassa, nel periodo del “riposo” invernale delle viti. «Nel nostro caso, adottiamo una soluzione mista come quella delle “multiessenze”, che ci sembra ottimale». A imporsi sono specie come il trifoglio, grande apportatore di azoto, e poi la senape e la facelia. «La senape ricopre rapidamente il terreno e radica intensamente lo strato arabile», racconta Sergio: «In più favorisce la presenza dei nematodi, minuscoli vermi del terreno che contrastano i batteri dannosi per le nostre viti». Altrettanto preziosa è la facelia, apprezzata anche dagli apicoltori: è una pianta caratterizzata da un elevato sviluppo iniziale, che cresce bene anche in terreni con poca umidità, come appunto le colline vitate.

La facelia, da sola, sopprime in modo efficace le eventuali erbe infestanti. «E poi è una pianta “fittonante”: sviluppa radici che poi marciscono e si ritirano, aprendo varchi che arieggiano il terreno». Il robusto apparato radicale della facelia, infatti, penetra in profondità nel terreno, migliorandone la struttura. «Inoltre le sue radici catturano gli elementi nutritivi, in particolare l’azoto, rimettendoli a disposizione della vite». La nuova massa verde prodotta dal sovescio, in definitiva, contribuisce in modo fondamentale alla formazione dell’humus, migliorando così la fertilità del terreno. In fondo, “coccolare” la terra è la missione (biologica e biodinamica) a cui si è votata la Marchisio Family, seguendo la lezione di Rudolf Steiner: «Bisogna partire proprio dalla lenta e costante cura del terreno, anno dopo anno, per ottenere una materia prima eccezionale: sarà proprio quella, poi, a creare le premesse per vini indimenticabili». Scivolando verso l’inverno, le colline sembrano dormire. E invece – insieme al trifoglio, alla senape, alla facelia – stanno “lavorando per noi”: stanno facendo il pieno di energia, pensando già alla prossima primavera.

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